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Fidanzati sospettosi o inguaribili diffidenti, qual è la vostra arma preferita tra quelle che Facebook mette a disposizione di voi gelosoni per controllare il vostro partner?
I cuoricini in bacheca: un segno per far sentire sempre e dovunque la propria presenza, nonché un espediente per marcare il territorio del partner.
L'applicazione "Chi ti segue di più?": bisogna convincere il partner a usare questa applicazione (apparentemente innocua) per scovare eventuali vittime da annotare sulla propria black list.
Facebook Places: permette di taggare compulsivamente il partner e rendere noto al mondo intero il fatto che lei e il suo lui si trovano sempre insieme.
L'auto tag nelle foto: indispensabile strumento per essere certi di ricevere notifiche qualora un'altra persona osasse commentare o piazzare "Mi piace" alle foto del/della partner.
I commenti minatori: il simpatico approccio ossessivo-compulsivo verso chi tagga il partner o ne invade la bacheca. Di solito consiste in un discreto: "Che bello il MIO amore!"
Il profilo Facebook in comune: un unico profilo scoraggia anche il più audace dei rivali dal tentare un approccio.
La password nota al partner: Della serie: "Amore, se non mi nascondi niente allora posso avere la tua password?". Nessun messaggio di posta, commento o notifica è al sicuro.
Il tasto "Rimuovi dagli amici": una volta in possesso della password del partner, qualsiasi rivale dalla foto profilo provocante o la cui identità è sconosciuta verrà subito rimosso dagli amici.
La trappola: spacciandosi per il partner (password nota), si inizia a contattare i presunti rivali e testare le loro intenzioni con domande e allusioni per far cadere in trappola anche i più astuti.
Il Mi piace minatorio: post, foto, tag, nuove amicizie sono regolarmente marchiati da un Mi piace del partner. Dietro una parvenza di apprezzamento, dimostrano quanto in realtà NON piaccia l'elemento.

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La cultura del consumatore-hacker

La tecnologia blindata ci rende schiavi di un consumismo distruttivo. Se vuole riappropriarsi del proprio stile di vita, il consumatore deve imparare a conoscere, criticare, dominare ed orientare la tecnologia. Diventare, cioè, un po' hacker.



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 29-07-2004]

Diciamoci la verità, nel cosiddetto libero mercato, che in realtà è retto da un cartello di produttori più o meno monopolisti, ci sentiamo mancare l'aria. I nostri gradi di libertà come consumatori sono sempre minori e le nostre scelte sempre più obbligate. Gli strumenti usati per determinare il nostro comportamento sono due: il condizionamento psicologico e l'inaccessibilità tecnologica delle nostre macchine. Per molti di noi, marpioni cresciuti a pane e pubblicità, il primo non è un problema, ma sul secondo siamo impotenti.

L'elettronica ci consegna oggetti sempre più complicati, sempre meno accessibili. Oggetti di cui è stata programmata la durata tecnica (diventano obsoleti dopo poco tempo), ma anche quella effettiva, rendendoci impossibile o troppo costosa qualunque riparazione. Ed ogni acquisto che facciamo, spesso siamo costretti dal mercato drogato ad un salto di potenza, e quindi di costi e consumi energetici. Un inferno, insomma.

L'informatica è, come spesso avviene, il settore capofila di questo andazzo, ed il monopolio sul software mostra a tutti dove può arrivare l'economia in tutti i suoi comparti. Chi dobbiamo ringraziare per tutto questo? I politici, naturalmente. Non da oggi, hanno reso possibile la mancanza cronica di concorrenza nei settori industriali, dove nessun operatore è incentivato ad offrire ai propri clienti prodotti e servizi realmente soddisfacenti. Basta guardare in che modo, ed in nome di quali sacri principi, è stato defenestrato il signor Monti, commissario UE per la concorrenza, uno dei pochi che aveva osato tener testa all'imperatore Microsoft.

Non è quindi dalla politica che dobbiamo attenderci la riscossa. La reazione deve venire da noi, e sarà completata solo quando noi, non le corporations, avremo il controllo della tecnologia. Quando riusciremo a tirar fuori dalle nostre macchine il massimo del potenziale, e a prolungare la loro vita attraverso modifiche e riparazioni. Quando il loro funzionamento sarà determinato dalla nostra volontà e non da quella del produttore. Quando, cioè, si sarà diffusa la cultura del consumatore-hacker, in una parola hackumer.

Sorpresa! Ma gli hacker non erano quei cattivoni che penetravano nei nostri computer per infettarli coi virus, rubarci le password dei siti porno e il codice della carta di credito? Ovviamente no. Ma per chi fosse ancora all'oscuro del significato di questa magica parola, suggeriamo alcuni riferimenti. Innanzi tutto, alcuni articoli apparsi su Zeus News, come questa esauriente raccolta di links, oppure questa spiegazione sull'etica. Non perdetevi poi la definizione di hacker, proposta dal sito HANC (Hackers Are Not Criminals), e il manifesto Hacker di Mentor (qui in una discreta traduzione italiana).

Avvicinare l'hacker al consumatore è dunque la chiave per consentirci di vivere con lo stile desiderato. Tuttavia non è facile: è necessario un salto di qualità sia dell'etica del primo, sia del comportamento del secondo.

L'hacker deve abbandonare la dimensione eclusivamente ludica, ed assumersi alcune grandi, terribili responsabilità. Le odiose protezioni tecnologiche non devono essere scavalcate solo per vincere una propria personale sfida, ma perchè superarle significa rendere un servizio ad altri. E queste conoscenze dovranno essere rese accessibili a tutti e messe a disposizione del mondo, superando la spocchia un po' elitaria tipica dell'hacking.

Il consumatore, dal canto suo, non deve cedere alle lusinghe dei produttori, alle campagne di marketing che spingono verso l'utilizzo di macchine fighette, ma complicate. Deve accontentarsi di oggetti che, con un po' di impegno, riesce a padroneggiare. E deve acquisire maggiore competenza, anche come semplice utilizzatore, per arrivare all'uso consapevole della tecnologia. Poi, questa competenza va diffusa, perchè ciascuno di noi è un piccolo serbatoio di conoscenze. Metterle in rete significa scardinare il potere delle informazioni.

Un'ultima considerazione. Molti guardano all'hacker come una figura al di fuori della legge. È vero, per natura vede con poca simpatia le regole, soprattutto quelle ritenute ingiuste. Ma l'esperienza dimostra che contro un sistema legale ingiusto e cogente, fatto per tuttelare gli interessi dei più forti, la miglior risposta è utilizzare le sue stesse norme, come è avvenuto, per esempio, con le licenze GPL e Creative Commons. L'hackumer non deve necessariamente operare fuori legge. Anzi, se opererà all'interno di essa, presumibilmente la sua azione sarà molto più efficace.

Come al solito commenti, opinioni, idee e links sono graditi nei commenti qui sotto.

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Commenti all'articolo (ultimi 5 di 13)

Tiziano Dal Farra
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7-9-2005 17:32

Massimiliano Gullusci
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