Non basta dire "passa meno tempo seduto". Le attività sedentarie che proteggono la salute mentale



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 27-01-2026]

Si dice che passare troppo tempo seduti faccia male, ma un nuovo studio mostra che è importante considerare anche il modo in cui si passa quel tempo: una sedentarietà passiva è molto peggio di una sedentarietà attiva. Le evidenze più recenti derivano da una revisione sistematica che ha analizzato 85 studi condotti su popolazioni adulte e anziane. Il lavoro distingue appunto tra sedentarietà "passiva", come la visione prolungata della televisione, e sedentarietà "attiva", che include attività mentalmente impegnative come la lettura, i giochi da tavolo o l'uso del computer. Questa classificazione permette di osservare differenze nette nei risultati cognitivi, con la seconda categoria associata a prestazioni migliori in memoria, funzioni esecutive e flessibilità cognitiva.

La revisione evidenzia come la sedentarietà passiva sia correlata a un peggioramento delle abilità mnemoniche e a una riduzione della velocità di elaborazione. Le attività passive tendono infatti a coinvolgere poco le reti neurali deputate all'attenzione e alla memoria di lavoro, favorendo uno schema di attivazione cerebrale più ridotto. Questo tipo di comportamento è stato associato anche a un aumento del rischio di declino cognitivo nelle fasce d'età più avanzate. Al contrario, la sedentarietà attiva sembra stimolare circuiti cerebrali legati alla pianificazione, alla memoria episodica e alla risoluzione di problemi. Le attività che richiedono un coinvolgimento mentale costante mostrano correlazioni con volumi cerebrali più preservati e con prestazioni migliori nei test neuropsicologici. Gli studi suggeriscono che l'impegno cognitivo, anche in condizioni di immobilità fisica, possa contribuire a mantenere la plasticità neuronale.

Un ulteriore elemento emerso riguarda la necessità di superare la tradizionale misurazione della sedentarietà basata esclusivamente sul tempo totale trascorso seduti. I ricercatori propongono un modello tassonomico che integra il livello di coinvolgimento mentale e la rilevanza dell'attività svolta, consentendo una classificazione più precisa dei comportamenti sedentari. Questo approccio permette di individuare con maggiore accuratezza quali attività sedentarie possano essere considerate a rischio e quali invece potenzialmente protettive.

Gli studi inclusi nella revisione mostrano inoltre che gli effetti della sedentarietà non sono uniformi lungo l'arco della vita. Nelle persone anziane, la sedentarietà passiva è risultata più fortemente associata a riduzioni del volume dell'ippocampo e ad alterazioni delle reti funzionali coinvolte nella memoria. In età adulta, invece, la differenza tra sedentarietà attiva e passiva sembra incidere soprattutto sulle funzioni esecutive e sulla capacità di mantenere l'attenzione.

Alcuni studi citati nella revisione hanno utilizzato tecniche di neuroimaging per valutare l'impatto delle diverse forme di sedentarietà. Le analisi mostrano che attività passive prolungate sono associate a una minore connettività funzionale nelle reti fronto-parietali, mentre le attività attive mostrano correlazioni opposte. Questi risultati suggeriscono che il cervello risponda in modo differenziato a seconda del tipo di stimolo cognitivo ricevuto durante i periodi di inattività fisica. La ricerca sottolinea anche come la sedentarietà attiva possa avere un ruolo nella prevenzione del declino cognitivo, pur non sostituendo i benefici dell'attività fisica. Gli autori evidenziano che l'impegno mentale non compensa gli effetti metabolici negativi dell'inattività, ma può contribuire a mitigare quelli cognitivi. Questo punto è particolarmente rilevante per le fasce di popolazione con limitata mobilità fisica.

Un aspetto metodologico importante riguarda la variabilità delle definizioni di sedentarietà nei diversi studi. La revisione propone una standardizzazione dei criteri, includendo non solo la postura e il dispendio energetico, ma anche la qualità dell'attività svolta. Questa proposta mira a migliorare la comparabilità tra studi e a facilitare l'elaborazione di linee guida più precise per la salute pubblica. Gli autori suggeriscono che le future raccomandazioni sanitarie potrebbero evolvere da un generico «ridurre il tempo seduti» a indicazioni più specifiche sul tipo di attività da privilegiare durante i periodi di sedentarietà. Le prove raccolte indicano che promuovere attività mentalmente stimolanti potrebbe rappresentare una strategia efficace per sostenere la salute cognitiva lungo tutto l'arco della vita.

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