Chattare, navigare... e non lavorare /2

Un'indagine fa emergere il profilo del "chattatore aziendale", figura che farebbe perdere tempo e denaro alle aziende. Ma è davvero così?



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 17-02-2005]

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Impiegati che perdono tempo chattando e navigando su Internet? E' un luogo comune a cui le grandi e piccole aziende tendono a credere: si moltiplicano i firewall e i filtri che impediscono di accedere a siti considerati non di interesse aziendale, il cui numero è in continua crescita; analogamente, i filtri per impedire l'accesso a siti porno impongono l'oscuramento anche solo di un bikini sull'homepage di un quotidiano nazionale o il banner di qualche marca di intimo.

In molte aziende, per gli impiegati di livello inferiore l'accesso a Internet è precluso e possono accedere solo alla Intranet aziendale; al contrario il Web è libero per dirigenti e quadri, quasi novello status symbol, come il frigorifero e la poltrona in pelle similumana di fantozziana memoria.

Crescono gli avvisi ai dipendenti a non fare un uso illecito (privato ed extraprofessionale) della Rete dall'ufficio; nella nuova stagione contrattuale, la Confindustria vuole introdurre nuovi e più chiari divieti nei contratti nazionali e aziendali, che rafforzino gli attuali anche in termini di sanzioni, rispetto all'uso della Rete nei luoghi di lavoro.

Quello che invece non sta crescendo per nulla è un atteggiamento positivo verso il Web in azienda: possibilità di utilizzare da parte del sindacato l'email aziendale e gli spazi sindacali sulle Intranet; ugualmente non nascono chat aziendali o di categoria, mentre in pochissime imprese si fa uso del blog interno o del forum come mezzo di socializzazione, anche delle esperienze professionali e aziendali tra lavoratori, che potrebbe favorire la comunicazione e l'integrazione interna all'azienda e la crescita professionale.

Anche il calcolo delle ore perse in chat sui luoghi di lavoro sottende la continua dilatazione degli orari di lavoro di fatto, soprattutto per i giovani assunti nelle imprese italiane, che vanno al di là delle canoniche e retribuite otto ore giornaliere: ci sono troppe aziende dove chi non si ferma dopo il termine dell'orario è guardato male, rischia di non essere confermato, di non fare carriera, di essere giudicato male e di non ricevere gratifiche extraminimo sostitutive degli straordinari.

Un sociologo del lavoro importante e autorevole come Domenico De Masi ha rilevato tante volte come questa dilatazione degli orari impiegatizi non abbia niente a che fare con l'efficienza e la produttività, ma significhi piuttosto la volontà di potere e di possesso dell'azienda e dei suoi capi sui singoli lavoratori.

Va bene calcolare le ore passate in chat dai lavoratori; ma nessuno conta (e nemmeno retribuisce) quelle ore che i lavoratori sottragono al loro tempo libero grazie all'uso intensivo di cellulari, notebook, Pc collegati in Rete da casa, sempre on line con le aziende. Anche su questo fenomeno in continua crescita sarebbe interessante condurre un'indagine.

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Pier Luigi Tolardo

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