Prodi e la legge Urbani

La nuova legislatura riapre le speranze degli internauti.



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 27-06-2006]

Copyright

Per quale motivo si entra in politica? Altruismo, senso civico, spirito d'iniziativa, voglia di cambiamento, possono essere senza dubbio delle valide opzioni. Va inoltre considerato come obiettivo non dichiarato di ogni politico, ancor più se di livello nazionale, sia quello di lasciare un segno duraturo della propria attività. Impegnarsi ogni giorno per il bene del proprio paese, di modo da migliorane vivibilità e ricchezza e da rendere più felici i propri concittadini è un valido sistema per raggiungerlo. Molto più semplice invece è "dare" il proprio nome ad una legge.

Poco importa se tale legge non incontra il favore dei cittadini. Poco importa se mira a tutelare più gli interessi di multinazionali straniere. Poco importa che introduca nuove pene in contro tendenza al leit motive della depenalizzazione in voga nella scorsa legislatura. Poco importa infine se il suo stesso autore ne riconosce l'imperfezione, appellandosi a compromessi e ad un sacrificio parlamentare per la sua approvazione.

Naturalmente si sta parlando di Giuliano Urbani, ministro dei Beni culturali del secondo governo Berlusconi, e del decreto (poi convertito in legge) che da lui ha preso il nome: il numero 72 del 22 Marzo 2004.

Al riguardo si è detto moltissimo. L'espressione giusta sarebbe: "sono stati versati fiumi d'inchiostro", se non fosse che tale questione, come pure il Trusted Computing e tutto ciò che riguarda i computer e la rete, trova da sempre poco spazio sui media tradizionali. La vicenda però è tutt'altro che secondaria, sia in quanto clamoroso esempio di incoerenza politica, cosa per altro imputabile ad entrambe le parti, sia in quanto caso lampante di legiferazione iniqua.

L'aspetto che preme evidenziare di tale legge (assente nel decreto e comparso invece nel testo di conversione) è quello relativo alle modifiche apportate alla legge numero 633 del 22 Aprile 1941, più comunemente nota come legge sul diritto d'autore. In particolare lì dove al comma 1 dell'articolo 171-ter, nell'ambito della frase "È punito, se il fatto è commesso per uso non personale, con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da cinque a trenta milioni di lire chiunque per trarne profitto [...]", le parole "per trarne profitto" sono state sostituite alle precedenti: "a fine di lucro".

Poche parole che stravolgono il senso originario. In quanto se il profitto è inteso come il semplice risparmio del costo di acquisto, il lucro si lega invece ad un incremento patrimoniale. Quindi se la locuzione originaria era applicabile solo al "pirata" professionista che faceva tale attività per trarne un guadagno, la nuova espressione è invece relativa a chiunque scarichi materiale coperto da copyright dalla rete.

Cosa apparentemente in contraddizione con tale modifica è però aver mantenuto quale eccezione la frase: "se il fatto è commesso per uso non personale". La cosa apre la strada a varie interpretazioni: c'è chi ritiene che se si scarica e basta, senza quindi condividere, si sarebbe salvi (cosa per altro ben difficile considerato il funzionamento dei più comuni programmi di file sharing); c'è chi ritiene che tale frase salvi l'utente domestico a prescindere; c'è chi concentra la propria attenzione sull'uso che si fa di quanto scaricato.

Una pena più elevata ("la reclusione da uno a quattro anni e la multa da cinque a trenta milioni di lire") colpisce invece chi commette violazione di copyright su oltre cinquanta copie o esemplari di opere tutelate. Come pure chi per primo immette materiale nei circuiti del peer to peer ("comunica al pubblico immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un'opera dell'ingegno protetta dal diritto d'autore, o parte di essa").

E' su queste premesse che si consuma la strana approvazione di questa legge. Una legge sostanzialmente diversa dal decreto originariamente varato. Una legge osteggiata dall'opposizione e contro la quale erano stati raccolti, grazie all'aiuto del popolo della rete, oltre 700 emendamenti. Ma tant'è, che basta la parola del ministro che si impegna a modificarla quanto prima (come se ci si potesse fidare di un politico) perché l'opposizione voti a favore, con l'eccezione dei Verdi che comunque ritirano gli emendamenti presentati.

Come era immaginabile però la legge Urbani non viene modificata, nonostante all'"impegno" del ministro dei Beni culturali si fosse aggiunto anche quello del ministro di Innovazione e tecnologie Lucio Stanca.

Ma perché si è finiti con l'approvare una legge a proposito della quale lo stesso Urbani si è espresso così: "Chiedo al Senato il sacrificio di legiferare in un modo che normalmente è da tutti riconosciuto non opportuno, cioè attraverso lo strumento della decretazione di urgenza, nel riconoscimento che alcune materie richiedono un intervento urgente ancorché considerato come imperfetto. Si tratta di imperfezioni che sono compatibili con la natura del provvedimento di urgenza e che non pregiudicano la possibilità del miglioramento a posteriori in tempi brevi"?

Semplicemente perché insieme agli "Interventi per contrastare la diffusione telematica abusiva di materiale audiovisivo" erano stati accorpati in maniera studiata anche interventi "a sostegno delle attività cinematografiche e dello spettacolo", i quali necessitavano di tempi d'approvazione non compatibili con un duro ostruzionismo parlamentare. Quest'ultimo aspetto ha quindi nella sostanza convinto l'opposizione a cedere alle vane promesse della maggioranza. Concretizzando così un grande regalo per le major dell'intrattenimento, il cui conto finisce per gravare sulle spalle del ragazzino che scarica magari solo un paio di canzoni.

Ma cosa succederebbe a guardare la cosa da un altro punto di vista? Certo è difficile porsi nell'ottica o simpatizzare con imprese multi miliardiarie, però non è sbagliato che chi crea e commercializza un'opera dell'ingegno sia tutelato dai mancati guadagni derivabili dalla copia abusiva. Però quante delle volte che viene scaricato un film o una canzone ciò si configura come un lucro cessante per l'azienda che ne detiene i diritti?

Certamente poche se si fa qualche semplice considerazione. Molto spesso ad essere scaricati sono film, telefilm e show passati in tv o canzoni trasmesse alla radio e quindi liberamente e semplicemente copiabili grazie ad un videoregistratore o uno stereo. Molto spesso si scarica materiale che non si sarebbe mai acquistato e ciò quindi non può configurarsi come un danno patrimoniale o come un mancato guadagno per le imprese del settore. A volte capita poi che la "visione gratuita" serva solo a scopo valutativo (ciò è vero soprattutto per i software) e preluda quindi ad un acquisto che senza una prova preventiva non sarebbe avvenuto. Se a ciò si aggiunge anche che la maggior parte degli utenti del peer to peer non visiona effettivamente neanche un quinto di quanto scaricato, allora il quadro è completo.

Archiviati governo e legislatura che hanno partorito quest'iniquità è lecito guardare con ottimismo al prossimo futuro. E' infatti naturale attendersi che l'opposizione, allora dichiaratasi contraria alla legge e convinta con l'inganno a votarla, ora che è maggioranza, faccia qualcosa per cambiarla.

"Naturale" e "lecito" però non sono parole che vanno d'accordo con la politica, quindi, in assenza di certezze, si può solo sperare.

Il governo Prodi modificherà la legge Urbani per depenalizzare la copia e la condivisione di proprietà intellettuali quando eseguite a solo scopo di profitto e non a fini di lucro?

1) Sicuramente si

2) Penso di si

3) Se ne parlerà, magari verrà anche varato un progetto di legge, ma probabilmente non se ne farà nulla

4) Assolutamente no

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