Peer to peer, Baidu non viola alcuna regola

I tribunali cinesi bastonano le major dell'intrattenimento e legalizzano il motore di ricerca del peer to peer.



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 01-01-2008]

Peric Sinisa

Mentre si prepara la censura dell'Unione Europea al peer-to-peer, una corte d'appello di Pechino stabilisce che il motore di ricerca nazionale non ha commesso azioni illegali fornendo link agli utenti.

Evidentemente in Cina non nutrono quel sacro rispetto usato in occidente per gli interessi economici di chi si è abituato a imporre sui mercati mondiali i diritti del più forte; un tempo erano fatti valere con navi e cannoni, oggi con una politica mercantile altrettanto giugulatoria.

Infatti le grandi marche dell'intrattenimento EMI, Warner, Universal e Sony BMG sono state condannate al pagamento delle spese processuali nel procedimento d'appello contro una sentenza di primo grado che aveva rigettato la querela per danni contro Baidu, l'emulo cinese di Google, reo a loro dire di avere diffuso in rete poco meno di centoquaranta opere protette dal DRM.

Pare che la pretesa risarcitoria di aggirasse su cifre non impossibili (circa 150.000 euro) ma che dovesse anche comprendere "pubbliche scuse" oltre all'ovvia promessa di "non farlo più"; richieste che, conoscendo la mentalità cinese sul tradizionale rispetto dovuto alle persone e a un consolidato "diritto di copia" in campo economico, sono risultate eccessive o comunque dissonanti rispetto alla legislazione corrente in quel Paese.

Non deve aver pesato più di tanto il fatto che la Repubblica Popolare Cinese abbia impiegato più di 15 anni a farsi accettare quale membro del WTO, l'Organizzazione Mondiale per il Commercio che garantisce tra l'altro anche i diritti di proprietà intellettuale; né, presumibilmente, deve aver pesato l'approssimarsi di quei giochi olimpici su cui le autorità decisamente puntano, e di cui le major suddette sono tra i più significativi (e interessati) sponsor.

Quanto a Baidu si è limitato a opporre di non aver affatto distribuito opere protette ma di aver soltanto linkato dei siti, distinzione che evidentemente è stata ritenuta accettabile dai giudici; del resto il motore di ricerca cinese che secondo uno studio di China Internet Network Information Center copre circa i quattro quinti delle richieste dei navigatori nazionali, è forse ancora più compromesso di Yahoo e Google con le autorità politiche e per conseguenza risulta pesantemente protetto anche in sede giurisdizionale.

La sentenza rischia di diventare un pericoloso precedente per gli interessi delle major, che potrebbero vedersi sottrarre un mercato sicuramente in forte espansione anche nel medio periodo; quanto ai mercati tradizionalmente asserviti agli interessi protetti, sono invece da prevedersi tempi tristi principalmente per la privacy, se il buon giorno continuerà a desumersi dal mattino.

Infatti, in perfetta simbiosi con quanto concertato con le autorità USA, la cosiddetta Mission Olivenne (i cui contenuti sono divenuti protovangelo in Francia in attesa dell'estensione al resto dell'Unione Europea) raccomanda l'adozione di filtraggi del web mediante l'analisi dei flussi di rete con l'estrazione dei dati desumibili dai protocolli: sonde del tipo deep packet inspection, tanto per intenderci.

Viene inoltre permesso e incoraggiato lo spionaggio mediante il riconoscimento dei contenuti attraverso firme binarie e correlazione dei log di connessione per identificare gli utenti tramite i fornitori di accesso.

Il che, se ancora non è il Grande Fratello, tuttavia gli si avvicina molto.

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© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti all'articolo (2)

{CIPS}
Sentenza giusta Leggi tutto
2-1-2008 11:31

{utente anonimo}
Ipocrisia, non sacro rispetto Leggi tutto
1-1-2008 23:39

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