Ai politici italiani frega qualcosa di Internet?

Negli Usa la campagna elettorale, a partire dalle primarie, si farà moltissimo sulla Rete, ma in Italia, si sta muovendo qualcosa?



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 23-01-2004]

Negli Usa, ormai, si è in piena campagna elettorale per l'elezione del Presidente, con le primarie che ogni partito deve svolgere, per legge, per la designazione dei candidati che poi saranno sottoposti al voto degli elettori.

Questa volta c'è però una novità: gran parte della campagna elettorale, che comprende, oltre alla mobilitazione elettorale, la raccolta dei fondi, si sta svolgendo sul Web.

Il più avvantaggiato, in questo senso, sembra uno dei candidati democratici: Howard Dean, un medico che si sta avvalendo della forte esperienza maturata dal sito Web che è diventato un movimento politico di massa: Moveon.org.

In Italia invece, non sembra muoversi niente nel rapporto politici-Web: perché?

Abbiamo provato a chiederlo ad un esperto, autore di saggi in questo campo, Paolo Zocchi, Presidente di un'associazione specializzata nella promozione della democrazia digitale: UnaRete.

ZN: In questo momento in Italia si parla tanto di Howard Dean, il candidato democratico nelle Primarie Presidenziali, che fa un gran utilizzo di Internet (anche attraverso l'appoggio del sito Moveon.org.). In Italia è pensabile una cosa del genere, si muoverà qualcosa in questo senso?

Paolo Zocchi: Non vedo perché no. Il problema non sta tanto nella difficoltà da parte dei cittadini a utilizzare Internet per partecipare al dibattito politico, cosa che in Italia già in parte avviene, quanto nella diffidenza della gran parte della nostra classe politica negli strumenti digitali.

Ciò è portato ai massimi eccessi da un sistema che ancora oggi permette di essere eletti a cariche pubbliche mobilitando un numero minimo di preferenze, cosa che è più facile fare con un gruppo fidato di cento persone che con un forum su Internet.

Ancora oggi conta molto di più il clan che il contenuto. Si dimentica però troppo spesso che Internet non è un'alternativa alla politica tradizionale (ben venga il clan in molte occasioni), bensì uno strumento di ulteriore supporto alla relazione tra chi amministra (o amministrerà) e chi è amministrato.

Raccogliere denaro tramite Internet, peraltro, come ha dimostrato Howard Dean, è più facile e più rapido che raccoglierlo porta a porta. Ciò, però, non determina il fatto di avere contenuti migliori, né di potersi garantire il successo. Mostra solamente che la multimedialità è arrivata anche in politica.

Quando all'Italia, qualcosa si potrà muovere, se non altro a livello folkloristico, ma, a mio parere, non c'e' ancora la maturità istituzionale e civile per poter organizzare qualcosa di simile. Posso sbagliarmi, ma ho forti dubbi che il modello Dean possa essere utilizzabile a breve anche da noi.

ZN: Perché, per esempio, un partito nuovo e, in larga parte destrutturato, come la Margherita non fa un forte utilizzo di Internet nel suo dibattito interno? Guardi, le presento un'ipotesi provocatoria: in Italia tutti i partiti, di destra, sinistra, centro, non utilizzano molto Internet più che per problemi di scarsa diffusione del mezzo o tecnologici i senso stretto, perché Internet li costringerebbe ad essere più democratici ed invece a loro, chi più chi meno (i Ds non sono forza Italia) preferiscono l'accentramento elitario, una deriva leaderistica in cui il Vip politico parla alla Tv ma si fa mettere poco in discussione. E' un'analisi troppo qualunquistica o è realistica?

Paolo Zocchi: L'analisi è realistica di certo, ma questo non corrisponde ad un piano studiato a tavolino da una cricca di oligarchi, bensì nel fatto che in politica ancora non si è diffusa la cultura dell'innovazione.

Mi trovi un leader politico che non esprima giudizi competenti in materie complesse quali la giustizia, la sanità, l'economia, il lavoro; ma quando si arriva all'innovazione si pensa che i giudizi li possano esprimere solo coloro che sanno come si installa un server o si fa il debug di un'applicazione. E in questo, normalmente, i partiti sono straordinariamente chiusi all'innovazione non per paura del dibattito, quanto perché non hanno ancora consapevolezza delle potenzialità del mezzo.

Lei cita la Margherit, ed è proprio qui che si stanno facendo le esperienze più significative in tal senso. La nascita di un Osservatorio Nazionale sull'ICT, sta a testimoniare della volontà di una forza politica di distinguersi grazie alla chiave della modernità.

Ma, attenzione, c'e' da fare ancora moltissima strada. Voglio dire che i partiti sono organizzazione fondamentalmente interstiziale, ove tutto sembra blindato, ma, a vedere bene, ci sono piccole fessure nelle quali, se ci si fa piccoli, si può penetrare. La colpa, quindi, non è solo dei partiti: non si deve aver paura a cominciare un lavoro su temi che, siano o no presidiati, sono comunque trattati in modo insufficiente da tutti i partiti italiani.

ZN: Secondo Lei i Sindacati italiani utilizzano sufficientemente la Rete? Cosa potrebbero fare di più e di meglio?

Paolo Zocchi:Il sindacato sa che il numero costituisce la sua ragion d'essere e utilizza la rete pur privilegiando ancora gli strumenti tradizionali di mobilitazione.

Piuttosto, però, ritengo che dovrebbe essere approfondita una riflessione, che in alcune parti del panorama sindacale sta già ampiamente maturando, non tanto rispetto alle nuove tecnologie come strumento a proprio uso e consumo, bensì su concetti come l'annullamento del confine tra tempo di vita e tempo di lavoro, il telelavoro, la possibilità di maggiore reperibilità con tutto ciò che comporta ecc...

E' una riflessione importante che va affrontata, a mio parere, senza pregiudizi perché, da essa, potrà nascere lo scenario sociale che avremo tra dieci o venti anni.

In questo i sindacati possono creare una fondamentale sponda per la diffusione di una cultura dell'innovazione opposta alle tendenze conservatrici che ogni tanto sembrano emergere.

ZN: Ci può dire, brevemente, in cosa consiste l'attività della sua Associazione UnaRete.org?

Paolo Zocchi: Unarete è stata fondata in modo assolutamente libero e si muove molto liberamente. Credo di poter dire che siano fondamentalmente due i campi in cui essa opera.

Uno è quello interno, privilegiando l'approfondimento di temi come l'e-government e il digital divide interno, ma focalizzandosi anche su open source e diritto alla comunicazione (Unarete ha aderito alla campagna de Il Secolo della Rete); l'altro è quello esterno che vede, oltre alle nostre esperienze in Kenya, un impegno molto forte nella costruzione di no scenario della società civile per il World Summit del 2005 che si terrà a Tunisi.

Aggiungo che tutto ciò va visto in chiave eminentemente politica: ovvero che l'obiettivo primario di Unarete e tirare dentro alle problematiche dell'innovazione quanto più possibile del mondo politico.

Ovviamente abbiamo cominciato da coloro, come Bassanini, che hanno costituito un punto di riferimento per chi si occupa di ICT in Italia; ma la nostra azione si muove in modo molto aperto e non abbiamo certo difficoltà a riconoscere che molti aspetti dell'azione del ministro Stanca ci trovano attenti.

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© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pier Luigi Tolardo

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Commenti all'articolo (2)

BIOS
E ai lettori di questo giornale gliene frega qualcosa di politica?A giudicare dai commenti a quanto pare no.
26-1-2004 12:08

il caro leader
Non è l'America Leggi tutto
25-1-2004 19:38

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