Hacker e giornalisti

Qualche giorno fa all'ora di pranzo guardando i TG, come ci si aspetta da ogni buon single masochista che si rispetti, non ho potuto fare a meno di notare la quantità di titoli sull'arresto di 'hacker' perpetrato da gongolanti forze dell'ordine. Alcune considerazioni.



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 18-01-2002]

Leggo su numerosi quotidiani del 16 gennaio scorso che grazie a supercomputer e abilità fuori dal comune le forze dell'ordine sono riuscite a stanare dagli anfratti digitali in cui si nascondevano alcuni hacker. Apprendo ancora della estrema pericolosità di questi ragazzi che sembrano essere in grado di produrre danni che per essere riparati richiedono cifre e tempi incredibili. Tralascio inoltre le divagazioni di qualche giornalista secondo cui sarebbe possibile leggere delle connessioni con gli eventi dell'11 settembre. Ora, senza voler entrare nel merito dello specifico caso e peraltro ricordando che è condannabile ogni gesto che porti ad azioni al di fuori della Legge, mi scappano un paio di pensieri sull'abuso che i media continuano a fare del termine hacker.

The on-line hacker Jargon File, version 4.3.1 - 16 gennaio 2002 (traduzione dell'originale inglese che trovate qui) "hacker n. [originariamente chi fabbrica mobili con un'ascia] 1. Una persona che ama esplorare i dettagli dei sistemi programmabili per trarne il massimo, a differenza di molti utenti che preferiscono imparare solo lo stretto necessario 2. Chi programma in modo entusiasta (anche fino all'ossessione) o che preferisce la pratica della programmazione piuttosto che la teoria. [...] 8. [dispregiativo] erroneamente chi cerca dolosamente di scoprire informazioni sensibili rovistando attorno. Da cui "password hacker", "network hacker". Il termine corretto per questo significato è CRACKER. [...]"

Non capisco come anche giornalisti solitamente preparati quando parlano di politica estera, economia o altro riescano a scrivere bestialità a volte enormi parlando di computer. Gli stessi che poi inneggiano alla multimedialità come strada per il futuro dell'informazione, gli stessi, addirittura, che a volte scrivono anche su giornali telematici.

E' almeno dal Fidobust (ovvero dal così detto Italian Crackdown) del maggio del 1994 in cui nodi della rete amatoriale Fidonet vennero sequestrati - alcune volte arbitrariamente - che i giornalisti italiani dovrebbero avere cominciato a sentire parlare di pirateria informatica (o presunta tale) ma non si capisce come mai in oltre 7 anni non abbiano avuto modo di aggiornarsi per sapere di cosa scrivono.

Anche per quanto riguarda il giornalismo tecnico la situazione in Italia è preoccupante, il panorama delle stesse riviste "di computer" è sempre più piatto e sterile. Chi leggeva le riviste di settore degli anni '80 si ricorda recensioni di hardware che in certi casi arrivavano anche a riportare schemi elettrici; certo oggi con l'evoluzione della tecnica questo non sarebbe possibile ma molte delle recensioni odierne per essere "popolari" riducono qualsiasi articolo a una trivialità tale da renderlo privo di qualsiasi informazione utile per un utente non dico smaliziato ma almeno medio. Riviste, queste, che costano diversi Euro ma che altro non sono se non una raccolta di depliant pubblicitari tipo foto / qualchecaratteristica / giudiziopilotatosempreoquasipositivo (lo so perché ne ho pilotato qualcuno anche io: non sono senza peccato).

Questo ci riporta alle considerazioni sulla alfabetizzazione informatica in Italia ovvero, se non ricordo male, una delle tre "I" della campagna di un qualche politicante. Dopo gli entusiastici anni '80 in cui anche i frutta-verdura vendevano computer e lo facevano peraltro spesso con cognizione di causa e i primi anni '90 in cui si percepiva già una evoluzione dell'informatica che privilegiava l'aspetto commerciale piuttosto che i contenuti mi trovo a vivere in una epoca in cui non solo non riesco a trovare in edicola più di un paio di riviste decenti su qualche centinaio ma spesso quando entro in qualche negozio di informatica ho problemi a farmi capire dal commesso anche se gli chiedo esplicitamente qualcosa citando marca / modello / numerodicodice.

Questo non vuole essere uno sfogo di "chi sa" anche perché di informatica ne so molto meno di quanto vorrei, è solo una considerazione sul fatto che la somma della conoscenza informatica in Italia è costante nonostante la popolazione informatizzata sia in aumento. E non è a mio avviso perché chi ha questa conoscenza non voglia diffonderla.

Tralasciando quelli per i quali l'informatica rappresenta oltre che una cosa relativamente nuova da imparare anche un gap generazionale, trovo incredibile che ragazzi di 15-25 anni vengano da me a chiedere cose talmente banali a cui un semplice ragionamento se non una breve ricerca in rete potrebbero rispondere. Ma forse per alcuni il chiedere e cedere così alla pigrizia, spalleggiati da una informazione giornalistica che fa sembrare intellettualmente irraggiungibile anche padroneggiare un prompt MS-DOS, è più remunerativo che spremersi un po' le meningi per ottenere la stessa cosa da soli... del resto c'è sempre il rischio di sembrare troppo svegli e di passare per hacker.

Se chi fa del giornalismo la sua professione provasse a capire un po' l'informatica e a spiegarla correttamente e non come se stesse educando un popolo di lobotomizzati evitando di demonizzarla come covo di pedofili, pseudo-hacker, cracker e affini forse sarebbe già un bel passo avanti. O forse vogliamo tornare a vedere la nipotina del duce in prima serata teorizzare, da esperta, su virus che colpiscano i siti dei pedofili solo perché fa ascolto?

Una ultima considerazione: il termine Hacker anche se la sua etimologia può essere fatta risalire al XIV secolo è stato adottato nel attuale significato (quello corretto) circa negli anni '60, si ritiene, presso il TMRC (il Tech Model Railroad Club presso il MIT). Auspico si faccia il possibile perché grazie a qualche giornalista poco informato questo significato nell'uso corrente non debba cambiare in quello che già riporta, per esempio, il Garzanti ovvero: "Hacker: s. m. invar. chi, non autorizzato, riesce a inserirsi con il proprio computer in una banca dati per carpirne o distruggere le informazioni". Avete capito bene: per il Garzanti un hacker oltre a introdursi dolosamente lo fa pure a scopo distruttivo.

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Commenti all'articolo (1)

{Luca Balzano}
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22-9-2008 12:50

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