Oltre a smartphone, tablet, computer portatili e smart TV.
[ZEUS News - www.zeusnews.it - 26-02-2026]

Come purtroppo ci si aspettava, l'aggiornamento del compenso per copia privata è stato approvato, andando a colpire una vasta gamma di dispositivi e servizi digitali. Il decreto firmato dal Ministro della Cultura ha ridefinito le tariffe applicate a smartphone, computer, smart TV, memorie esterne e persino servizi cloud, ampliando il perimetro della normativa e aggiornando gli importi sulla base degli indici ISTAT. La firma del decreto è arrivata dopo mesi di consultazioni preliminari. Il provvedimento recepisce integralmente le indicazioni del Comitato Consultivo Permanente per il Diritto d'Autore, senza modifiche sostanziali rispetto alle bozze circolate nei mesi precedenti. Le associazioni di categoria hanno evidenziato che il testo finale coincide «al centesimo» con le proposte del Comitato.
Gli aumenti previsti dal decreto variano in base alla tipologia di dispositivo. Le tariffe aggiornate mostrano incrementi che partono da circa il 16,8% rispetto ai valori precedenti e che possono raggiungere il 40% per i modelli dotati di 2 terabyte di memoria interna. La struttura del contributo rimane legata alla quantità di storage disponibile sul dispositivo, con scaglioni che penalizzano in particolare i prodotti di fascia alta e le configurazioni con capacità elevate. Smartphone, tablet, computer portatili e smart TV rientrano tra i prodotti più interessati dalla revisione. L'aggiornamento riguarda anche memorie esterne, hard disk, chiavette USB e sistemi di archiviazione integrati nei dispositivi consumer. Una delle novità più rilevanti è però l'estensione del compenso ai servizi cloud. Il decreto introduce infatti un contributo specifico per le piattaforme di archiviazione online, applicato in base alla capacità messa a disposizione dell'utente.
Il Ministero ha giustificato gli aumenti come un adeguamento all'indice ISTAT FOI relativo al periodo 2021‑2024. L'aggiornamento è stato presentato come un allineamento necessario per mantenere il valore reale del compenso; le associazioni dei produttori e dei rivenditori hanno però contestato la misura, definendola un'applicazione di criteri «non più coerenti con il mercato attuale», caratterizzato da un uso crescente di servizi in streaming e da una riduzione della copia privata tradizionale.
Il decreto non ha accolto le richieste di revisione avanzate da associazioni come Andec e Aires, che avevano chiesto una riconsiderazione complessiva del sistema. Le organizzazioni avevano evidenziato come la normativa fosse stata concepita in un contesto tecnologico profondamente diverso da quello attuale, in cui la copia locale dei contenuti è sempre meno diffusa. L'introduzione del compenso sul cloud rappresenta un punto particolarmente discusso, poiché l'approccio adottato amplia il concetto di copia privata, includendo anche le copie digitali effettuate su server remoti. Le associazioni di categoria hanno evidenziato che tale estensione potrebbe incidere sui costi dei servizi cloud consumer e business, con possibili ripercussioni sui prezzi finali.
Dal punto di vista degli utenti, l'impatto economico sul singolo dispositivo può sembrare contenuto se rapportato al prezzo complessivo: in molti casi si tratta di aumenti nell'ordine di 4 o 5 euro su smartphone o laptop che costano diverse centinaia di euro; ma la situazione cambia quando si considera il numero di dispositivi presenti in un'abitazione. Ogni smartphone, tablet, computer, smart TV o memoria esterna contribuisce infatti all'importo complessivo, generando un effetto cumulativo che può diventare rilevante per famiglie con molti dispositivi digitali. Le memorie esterne sono tra le categorie più colpite. Per hard disk e SSD con capacità superiori ai 2 terabyte, il compenso supera i 30 euro per unità. Questo valore risulta particolarmente significativo in un contesto in cui i prezzi dei supporti di archiviazione stanno già aumentando a causa della crisi globale dei chip di memoria. La combinazione tra rincari di mercato e incremento del compenso rischia di rendere più costosi gli upgrade di storage, soprattutto per utenti che gestiscono grandi quantità di dati.
Il quadro diventa ancora più articolato quando si considerano i servizi cloud, che per la prima volta rientrano nel perimetro del compenso per copia privata. Le nuove tariffe prevedono un contributo di 0,0003 euro per ogni gigabyte compreso tra 1 e 500 GB, che scende a 0,0002 euro per i gigabyte eccedenti. È prevista un'esenzione fino a 1 GB, una soglia che nella pratica non riguarda quasi nessun utente, dato che i piani gratuiti più diffusi partono da 5 o 15 GB. Il tetto massimo fissato dal decreto è pari a 2,40 euro al mese per utente, equivalenti quindi a quasi 30 euro l'anno. La misura introduce un nuovo livello di complessità nella gestione dei servizi digitali, poiché il contributo non è legato al dispositivo fisico ma alla capacità di storage remota.
Resta da chiarire in che modo il contributo verrà applicato concretamente. Non è ancora definito se il costo sarà addebitato direttamente agli utenti finali o se verrà gestito dai fornitori di servizi cloud, che potrebbero incorporarlo nei prezzi dei piani a pagamento. La questione è particolarmente rilevante per i servizi gratuiti, come i 15 GB offerti da Google o i 5 GB di Microsoft: non è ancora noto se tali piani rimarranno invariati, se subiranno modifiche o se i fornitori assorbiranno internamente il costo del compenso.
In Europa, l'Italia rimane uno dei mercati con i contributi più elevati, sia in termini assoluti sia in termini di categorie coinvolte. La discussione sulla necessità di una revisione complessiva del sistema è ancora aperta, ma il decreto di oggi conferma l'impostazione attuale senza introdurre elementi di riforma.
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