Vendere la guerra

Arriva in Italia il saggio americano che ha demistificato i luoghi comuni della propaganda a favore della guerra.



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 10-02-2004]

Molti ricorderanno il film degli anni '70, interpretato da Alberto Sordi: "Finché c'è guerra c'è speranza".

La trama si svolgeva lungo la vicenda, molto realistica, di un piazzista italiano di armi che, con il suo catalogo di ordigni, girava per il Terzo Mondo e le sue guerre ignorate dai più per vendere finché la sua storia finiva sulle prime pagine dei giornali.

Allora (erano gli anni della contestazione)la famiglia lo isolava e lo condannava, ma alla fine per evitare di perdere il proprio lussuoso tenore di vita, chiudeva un occhio e il piazzista tornava a fare il suo business.

Anche grazie al film, ovviamente non solo, l'opinione pubblica italiana scopriva che il Paese era uno dei maggiori produttori di armi al mondo e il Parlamento approvava una legge severa sull'esportazione delle armi, che oggi si vorrebbe rivedere in senso meno restrittivo.

Il problema è che oggi l'opinione pubblica si trova di fronte ad un fenomeno diverso: non si tratta più di vendere armi ad altri Paesi per le loro guerre ma di vendere l'idea stessa di guerra, della sua opportunità e della sua legittimità, perché l'opinione pubblica possa accettare perfino il concetto di "guerra preventiva", diverso da quello di autodifesa e anche da quello di liberazione, e possa accettare l'invio di contingenti militari, con i conseguenti sacrifici in vite umane, e i costi materiali connessi, oltre che le eventuali limitazioni alla libertà personale e alla privacy.

Un argomento di attualità, oggi, se ha prtato perfino Blair, (che pure avrebbe vinto la guerra con la BBC, vedendo smentite dalla magistratura le accuse di Gilligan di aver falsificato il dossier dei servizi segreti inglesi sull'esistenza in Iraq di armi di distruzione di massa) a istituire una commissione indipendente, non per decidere sulla validità della scelta della guerra, ma per valutare la fondatezza delle informazioni dell'intelligence.

Anche Colin Powell è costretto a ammettere che, forse, gli ispettori dell'Onu, che non trovavano traccia delle armi e che chiedevano più tempo per indagare non avevano torto, visto che finora delle armi o della loro eventuale distruzione, le truppe angloamericane non hanno trovato niente e che da questo punto di vista la guerra non sarebbe stata necessaria.

Si tratta dello stesso Segretario di Stato che al Consiglio di Sicurezza dell'Onu mostrava foto dal satellite e parlava di prove inconfutabili che giustificavano l'intervento armato.

Lo stesso Presidente Bush che continua ad essere convinto e fiero della giustezza della guerra ha insediato una commissione di inchiesta per capire se i servizi segreti sono stati tratti in inganno.

Alcuni esponenti azzardano il sospetto che la Cia abbia voluto solo compiacere il Presidente fabbricando prove ad hoc per supportare le paure dell'opinione pubblica americana e creare consenso popolare attorno all'intervento armato.

Per l'Italia di istituire una Commissione d'inchiesta non se ne parla neppure anche perché c'è stato un momento, in cui Berlusconi aveva dato credito all'ipotesi degli ispettori, che non ci fossero armi di distruzione di massa e che ci volessero più controlli, salvo poi cambiare idea.

Rimane però il sospetto che anche i servizi segreti italiani abbiano collaborato alla fabbricazione dei dossier sulla presunta vendita di uranio all'Iraq.

Il tema quindi di sostenere argomenti veri o falsi a sostegno della guerra è un tema su cui si tornerà spesso e a cui è dedicato un libro, edito da Nuovi Mondi Media, degli statunitensi Sheldon Rampton e John Stauber, dal titolo "Vendere la Guerra".

John Stauber è il fondatore e il direttore del "Center for Media & Democracy", un istituto che analizza la propaganda condotta dalle multinazionali e dai governi. Insieme a Sheldon Rampton scrive su PR WATCH, che è l'osservatorio Usa sull'industria delle pubbliche relazioni.

Il loro saggio analizza le metodologie adottate, a suon di milioni di dollari, dal Governo americano con l'ausilio di professionisti del settore per vendere la necessità della guerra in Iraq come se fossero campagne di marketing per vendere un dentifricio o un automobile, basate spesso su una pubblicità ingannevole.

Sergio Romano, un saggista di impostazione dichiaratamente liberalconservatrice in un articolo sul Corriere della Sera, sosteneva che la necessità di dire bugie al popolo per giustificare la guerra nasce con l'avvento delle democrazie parlamentari e del suffragio universale, a cavallo tra '800 e'900, perché prima i governi assolutistici non avevano bisogno di avere il consenso per dichiarare e combattere la guerra.

Aggiungo io, più modestamente, che, forse, il primo grande propagandista della guerra fu il predicatore francese Pierre l'Eremita che al grido "Dio lo vuole" convinse le folle del MedioEvo che dovevano combattere per la liberazione del S. Sepolcro, tanto che i monarchi europei, volenti o nolenti, dovettero assecondare la prima Crociata.

Che, però, la guerra si sia combattuta da sempre anche con la propaganda lo sostengono anche gli autori del testo quando ricordano il famoso stratagemma di Alessandro che fece disseminare il terreno di gigantesche armature per far credere che a combattere fossero dei giganti.

Oggi, però, il livello di raffinatezza della tecnica delle pubbliche relazioni, applicate alla propaganda di guerra, ha raggiunto livelli inimagginabili.

Uno degli episodi citati nel libro accanto ai tentativi di ingrandire a dismisura gli episodi di manifestazioni di esultanza popolare per la caduta di Saddam, da parte degli iracheni, è quello che un consulente di public relation del Pentagono, John W. Rendon ha raccontato a un pubblico di allievi dell'Accademia dell'Areonautica Usa: "Quando le truppe Usa entrarono vittoriose a Kuwait City furono accolte da centinaia di kuwatiani che agitavano bandierine americane. Come hanno fatto gli abitanti di kuwait City, dopo 7 mesi lunghi e difficili mesi di occupazione irachena, a procurarsi le bandierine americane e degli altri paesi della coalizione? Bene, fu uno dei miei incarichi di allora. Non sono né uno stratega nè un tattico, sono un "guerriero dell'informazione".

Bisogna però dire che, nonostante questi sforzi che vedono vendere la guerra, spesso, come necessaria ed indispensabile per evitare altre guerre, addirittura, come l'ultima e risolutiva guerra, l'immagine degli Usa è uscita distrutta dalla guerra in Iraq.

Dall'inizio del 2002 la percentuale della popolazione francese che aveva un'opinione favorevole agli Stati Uniti è scesa dal 63% al 31%. In Italia la percentuale è crollata dal 70 al 34%; in Russia dal 61 al 28%; in Tuchia dal 30 al 12%.

Persino in Inghilterra, solo il 48% della poplazione appoggiava gli Stati Uniti rispetto al 75% dell'anno precedente. Il libro mette in evidenza luoghi comuni, bufale propagandistiche, strategie occulte e palesi e ha un bel capitolo intitolato: "Se siete informati, i terroristi vi uccidono" dove viene evidenziato come le industrie chimiche e nucleari, con la scusa di innalzare i livelli di sicurezza per evitare che informazioni delicate cadano in mano ai terroristi, riducano quella trasparenza che l'opinione pubblica aveva reclamato, ed in parte ottenuto, a difesa della salute e dell'ambiente.

Scheda del libro
Titolo: Vendere la Guerra.
Sottotitolo: La Propaganda come arma di inganno di massa
Autori: Sheldon Rampton e John Stauber
Editore: Nuovi Mondi Media
Prezzo: 16 euro

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Pier Luigi Tolardo

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