Il fallimento di Pompei

Il Governo vuole accelerare le privatizzazioni per far fronte al deficit pubblico ma Wind non è pronta: la responsabilità non sarà anche del suo amministratore delegato Tommaso Pompei?



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 26-08-2004]

Rientrare nel tetto del 3% del debito pubblico, fare una Finanziaria nell'ordine dei trentamila miliardi, paragonabile per grandezza e pesantezza solo a quella del Governo Amato di più di dieci anni fa, tagliare i servizi sociali dei Comuni e la Sanità delle Regioni, riformare le pensioni, bloccare gli stipendi dei dipendenti pubblici, rinviare il taglio delle tasse per i cittadini.

Insomma, lacrime e sangue per tutti: è quello che si appresta a fare il Parlamento, su richiesta del nuovo Ministro dell'Economia Siniscalco, che per evitare uno scontro sociale troppo duro vuole accelerare le dismissioni e le privatizzazione di gran parte delle imprese ancora di proprietà dello Stato.

Non si può scendere ulteriormente nella partecipazione ad aziende come l'Eni ma si venderanno ancora quote dell'Enel. A questo punto non si capisce perché l'Enel, controllato dallo Stato, detenga ancora il 100% del capitale di Wind, l'azienda telefonica che è il secondo gestore di telefonia fissa del nostro Paese e il terzo nella telefonia mobile.

Un 100% di controllo che non ha paragoni e riscontri nel resto del panorama della presenza pubblica nell'economia italiana, che stride con i proclami liberisti che da sempre accompagnano il Governo Berlusconi.

Il problema è che, tuttora, Wind non è in attivo (forse lo raggiungerà nel 2005) ma il buco del bilancio è determinato unicamente dal settore della telefonia fissa, cioè dall'ex Infostrada che l'azienda ha rilevato da Vodafone; la divisione Internet di Libero e soprattutto la telefonia mobile di Wind registrano invece degli interessanti attivi.

Il raggiungimento dell'attivo di bilancio è un obiettivo continuamente dato per acquisito e poi rinviato da parte dell'attuale Amministratore Delegato di Wind Tommaso Pompei che segue l'azienda, praticamente dalla sua nascita, ed è uno dei più anziani (come servizio) manager delle partecipazioni statali, in carica già dai tempi del CentroSinistra e tuttora in sella.

Già verso la fine del 2002, poi nel 2003, infine nel 2004, Wind doveva andare per lo meno in pareggio e cominciare a dare utili, secondo Pompei; oggi, non si è certi che si raggiungerà il pareggio nemmeno nel 2005.

Intanto Wind si è rivelata una perfetta macchina mangiasoldi: ultimamente ha avuto 1 miliardo di euro di rifinanziamento da parte del suo azionista unico (l'Enel), il quale gli ha trasferito anche la proprietà della sua rete di Tlc in fibra ottica e ponti radio, un asset di notevole valore: Negli anni scorsi Wind ha dovuto rilevare le partecipazioni di Deutsche Telekom e France Telecom, partners iniziali e fondatori insieme a Enel.

Il problema è che senza nuovi capitali, oltre quelli che vengono drenati dalla telefonia mobile in attivo, che finanzino lo sviluppo della Rete, Wind non può continuare a vivere, e in ballo c'è anche lo sviluppo della rete Umts.

Chi deve mettere in Wind le risorse necessarie al suo sviluppo? L'Enel? L'azienda già deve investire per rinnovare e diversificare il suo core business (cioè la produzione di energia elettrica) e che è alle prese con un rincaro del petrolio senza precedenti?

Lo Stato e cioè il contribuente italiano alle prese con i problemi del deficit pubblico e, comunque, l'Unione Europea non vuole aiuti di Stato o aiuti da aziende controllate dallo Stato.

Senza nuove risorse Wind non potrà sostenere la sfida dell'Umts, reggere la concorrenza di Telecom Italia, sempre più aggressiva, ma anche quella dei modelli di business alternativi e vincenti di Tele2, che si limita a rivendere traffico, né di Fastweb, con la propria rete in fibre ottiche per la banda larga.

A questo punto appare chiaro che l'attuale Amministratore Delegato Tommaso Pompei, un po' per sfortuna, un po' per incapacità, ha fallito il suo compito, non è riuscito a svolgere bene il suo mandato: portare in attivo Wind, farle fare degli utili, renderla autonoma dal sostegno economico dell'Enel, quotarla in Borsa per avere almeno capitali freschi - se non per ripagare lo Stato dell'investimento compiuto.

Pompei sembra un altro Mengozzi (l'ex amministratore di Alitalia che non è riuscito nel suo compito). Ma Mengozzi, forte di protezioni politiche, è riuscito non solo a non risanare l'Alitalia ma è arrivato a un passo dal portare i libri in Tribunale.

Nel caso di Pompei non si può dare nemmeno la colpa a eccessive rigidità sindacali o allo sviluppo dei voli low cost ma sembrerebbe proprio imperizia manageriale, che non giustifica gli altissimi redditi percepiti da Pompei in questi anni.

Per Wind urgono un nuovo amministratore delegato, nuovi soci, una nuova strategia anche coraggiosa per evitare un improvviso ma atteso fallimento, che travolgerebbe la parte sana dell'azienda, gravando sulle spalle delle centinaia di migliaia di azionisti Enel.

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© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pier Luigi Tolardo

Commenti all'articolo (1)

pippolo
pompei a casa Leggi tutto
26-8-2004 19:36

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