Processo a Google, condannati tre dirigenti

Il Tribunale di Milano conferma l'accusa di violazione della privacy, mentre cade quella di diffamazione. Google: "Attacco ai principi di libertà di Internet".



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 24-02-2010]

Google condannata Vividown privacy

"Penalmente responsabili per attività illecite commesse da terzi": è questa la sintesi della condanna inflitta a tre ex dirigenti di Google per il "caso Vividown" nelle parole di Marco Pancini, portavoce di Google Italia.

È "un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet", continua Pancini, il quale ribadisce che "i nostri colleghi non hanno niente a che fare con il video, non lo hanno girato, nè caricato, nè visionato".

Nel 2006, l'8 settembre, alcuni ragazzi pubblicarono su YouTube un video in cui maltrattavano un proprio compagno di scuola affetto dalla sindrome di Down.

Non appena la notizia si diffuse, montò la protesta finché il 6 novembre un utente privato e il Ministero dell'Interno, quasi contemporaneamente, chiesero a Google la rimozione del video, cosa che avvenne il giorno seguente.

A quel punto, però, era troppo tardi per fermare la macchina che s'era messa in moto. La famiglia del ragazzo vessato dai compagni aveva esposto querela, cui si erano aggiunti anche l'Associazione Vividown e il Comune di Milano, quali parti civili.

Per Google, tuttavia, sembrava che non sussistessero problemi seri: una direttiva europea del 2003, recepita dalla legge italiana, stabiliva che i provider non sono responsabili dei contenuti, a patto che cancellino i contenuti offensivi dietro segnalazione.

Stante tutto ciò, la condanna odierna ha colto di sorpresa non solo gli imputati, ma l'intera Rete. Non a caso il New York Times ha definito la sentenza "storica" per quello che riguarda la giurisprudenza di Internet.

David Drummond, George De Los Reyes e Peter Fleischer sono stati considerati responsabili per un video caricato da dei ragazzini - questi, sì, davvero responsabili non solo del video ma anche dei maltrattamenti - sulla piattaforma da loro gestita.

Il Tribunale di Milano, che ha emesso la sentenza, sembra credere che sia non solo auspicabile ma anche tecnicamente possibile censurare all'origine il materiale ospitato da una piattaforma di condivisione libera (beh, libera fino a oggi) come YouTube.

Se le difficoltà tecniche di un'impresa del genere sono evidenti per tutti (a eccezioni di quelli che dovrebbero vederle) le conseguenze per la libertà della Rete sono ancora più preoccupanti.

La sentenza sembra illudersi che il problema non sia la violenza al ragazzo, ma il video, dimenticando che la violenza ci sarebbe in ogni probabilità stata anche senza filmato (così come esisteva già prima che nascesse YouTube).

Nel periodo di tempo in cui il video è rimasto online i dirigenti di Google non sono stati consapevoli dalla sua esistenza - come avrebbero potuto? - finché qualcuno non ha avuto il buon senso di non limitarsi a scandalizzarsi per la sua presenza ma di segnalarlo come contenuto da rimuovere, cosa che è avvenuta.

È senz'altro significativo, poi, che a questo punto del processo i genitori del ragazzo maltrattato si siano da tempo dissociati dall'intera vicenda ritirando la querela.

Si erano resi conto che tutto il rumore creato dai vari attori non era finalizzato alla tutela della vittima, che anzi veniva "ulteriormente offesa e umiliata dai titoli e dalle immagini", ma aveva probabilmente altri fini.

Stando a quanto è dato finora di sapere, la condanna si basa su un mancato rispetto delle norme sulla privacy da parte di Google, che avrebbe dovuto chiedere l'intervento del Garante prima di mettere online il video ritraente un "minore affetto da patologie", come se la decisione di rendere visibili quelle scene fosse stata di Google e non dei quattro ragazzini (peraltro già condannati).

Per i dettagli, occorrerà aspettare che il giudice Oscar Magi depositi le motivazioni della sentenza, cosa che avverrà entro 90 giorni. Fortunatamente - secondo gli avvocati della difesa - è caduta l'accusa di diffamazione, altrimenti "l'obbligo di censura preventiva da parte degli hosting provider" sarebbe stato automaticamente sancito.

Resta comunque il problema della responsabilità attribuita a chi fornisce il mezzo di comunicazione, e non a chi lo usa.

E mentre all'estero - e non solo - si chiedono quale deriva censoria stia prendendo piede in Italia, è singolare come per la seconda volta in poco tempo qualcuno chieda di mettere il bavaglio a Internet.

"Se i siti come i blog, Facebook, Youtube vengono ritenuti responsabili del controllo di ogni video" - spiega Marco Pancini - "significherebbe la fine di Internet come oggi lo conosciamo, con tutte le conseguenze politiche e tecnologiche. Si tratta di principi per noi importanti, perciò continueremo a seguire i nostri colleghi in appello"

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Commenti all'articolo (ultimi 5 di 133)

Solo una cosa: ovviamente non in questo 3d. Questo non è un avviso di nessun tipo; vedetelo solo come un voler mettere le mani avanti. Grazie. Leggi tutto
19-4-2010 14:18

Grazie Silent, mi fai sentire meno solo... Leggi tutto
19-4-2010 13:35

Non credo sia troppo OT. Leggi tutto
19-4-2010 13:27

Bene: tutta questa conversazione si è fatta sterile e stiamo scivolando in un OT del tutto insignificante. Io ritengo sbagliata la scelta del giudice che ha condannato i responsabili di You Tube ma da questo condannare in toto tutta la magistratura solo perché un imprenditore entrato in politica (per sua stessa ammissione) per evitare... Leggi tutto
19-4-2010 11:29

Dal discutere su una sentenza discutibile si è passati ad una legge discutibe, ora ad un sistema discutibile, continuando a scavare vuoi vedere che il problema dell'italia sono gli italiani? La legge, la costituzione ha diversi "sistemi di sicurezza" per evitare che ogniuno possa fare i propi comodi, è evidente che sono saltati... Leggi tutto
19-4-2010 11:13

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