Cloudflare contro AGCOM: le richieste di Piracy Shield non sono tecnicamente possibili

Il caso finisce al TAR del Lazio. La possibilità di lasciare l'Italia è sempre più concreta.



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 05-02-2026]

cloudflare contro agcom
Foto di Alena Lavrova.

Una sanzione amministrativa può trasformarsi in un caso geopolitico quando coinvolge un'infrastruttura che sostiene una parte significativa del traffico Internet globale. La multa da oltre 14 milioni di euro inflitta dall'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni a Cloudflare ha innescato una reazione immediata del provider statunitense, che ha contestato la legittimità tecnica e giuridica del provvedimento e ha di nuovo ventilato l'ipotesi di interrompere i propri servizi in Italia. Le dichiarazioni del CEO Matthew Prince a Il Sole 24 Ore hanno amplificato la portata del caso, evidenziando criticità strutturali del sistema Piracy Shield e i rischi di blocchi estesi a servizi non coinvolti in attività illecite.

La sanzione dell'AGCOM deriva dalla presunta inosservanza dell'ordine di disabilitare l'accesso a una serie di contenuti pirata, come previsto dalla normativa antipirateria introdotta nel 2023. L'Autorità ha contestato a Cloudflare di non aver applicato le misure richieste, in particolare il blocco di indirizzi IP associati alla diffusione non autorizzata di contenuti audiovisivi. La delibera indica che Cloudflare, in quanto fornitore di servizi della società dell'informazione, sarebbe tenuta a intervenire per impedire l'accesso ai flussi illeciti. Questa ha però replicato sostenendo che il meccanismo di blocco previsto dalla normativa presenta limiti tecnici significativi. Il provider ha spiegato che l'oscuramento di un indirizzo IP condiviso può coinvolgere siti e servizi perfettamente legittimi, con effetti collaterali su imprese, ONG, enti pubblici e piattaforme che utilizzano la stessa infrastruttura. Il rischio di overblocking sarebbe intrinseco al modello di intervento richiesto, che non distinguerebbe tra traffico illecito e traffico regolare.

Le dichiarazioni di Prince hanno aggiunto un ulteriore livello di complessità. Il CEO ha affermato che il sistema Piracy Shield, così come implementato, potrebbe causare interruzioni generalizzate dell'economia digitale italiana, poiché i blocchi richiesti non sarebbero compatibili con il funzionamento di una rete globale distribuita. Prince ha inoltre sottolineato che Cloudflare aveva già avviato le procedure legali per contestare la normativa quando la sanzione è stata emessa, definendo il provvedimento una misura coercitiva adottata nonostante il contenzioso in corso. Il caso ha assunto una dimensione diplomatica anche per via del ruolo di Cloudflare nella protezione di siti istituzionali e infrastrutture critiche. La piattaforma fornisce servizi di mitigazione DDoS, CDN e sicurezza a migliaia di domini italiani, inclusi enti pubblici e organizzazioni che dipendono dalla continuità operativa della rete. L'ipotesi di un ritiro dal mercato nazionale solleva interrogativi sulla resilienza dei servizi digitali e sulla capacità di sostituire rapidamente un operatore di tale scala.

Piracy Shield opera tramite un sistema di segnalazione e blocco rapido dei flussi illeciti, con tempi di intervento ridotti a pochi minuti. Tuttavia, la natura dinamica degli indirizzi IP e la diffusione di servizi condivisi rendono complesso applicare filtri selettivi senza colpire risorse non coinvolte. Alcuni report indicano che il sistema avrebbe generato in più occasioni blocchi estesi a servizi cloud internazionali, causando disservizi temporanei. Parallelamente il contenzioso ha riacceso il dibattito sul rapporto tra regolamentazione nazionale e normative europee. Cloudflare sostiene che alcune disposizioni del Piracy Shield entrerebbero in conflitto con il Digital Services Act, che stabilisce criteri armonizzati per la gestione dei contenuti illegali online. L'obbligo di blocco imposto dall'Autorità italiana eccederebbe quanto previsto dal quadro normativo europeo, creando un precedente potenzialmente problematico.

La questione ha attirato l'attenzione anche per le implicazioni economiche. Cloudflare gestisce una quota rilevante del traffico web italiano e la sua eventuale uscita dal mercato comporterebbe costi significativi per migliaia di aziende che utilizzano i suoi servizi gratuiti e a pagamento. Alcuni analisti hanno stimato che la migrazione verso provider alternativi richiederebbe tempi non trascurabili e potrebbe comportare un aumento dei costi operativi per molte realtà digitali. Il procedimento legale proseguirà davanti al TAR del Lazio, che dovrà valutare la legittimità della sanzione e la compatibilità delle richieste dell'Autorità con il quadro normativo vigente. Nel frattempo Cloudflare ha ribadito che continuerà a operare nel rispetto delle leggi, ma ha lasciato aperta la possibilità di riconsiderare la propria presenza in Italia qualora il contesto regolatorio non dovesse evolvere in modo coerente con le esigenze tecniche della rete.

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Commenti all'articolo (1)

Le leggi vanno rispettate, anche quando sono state formulate da ignoranti interessati solo alla tutela di interessi particolari. Purtroppo.
5-2-2026 14:52

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