Tra le maglie della Rete

Dopo l'inizio della rivoluzione digitale, dopo le etichettature di quest'era in cui viviamo - chiamata postfordista, globalizzata, omologata - ma soprattutto dopo lo sboom delle dot.com, cosa rimane da fare per i pesci dentro la Rete?



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 31-03-2004]

Ormai abbiamo tutti quanti capito che si tratta niente altro che del nuovo Far West. Come la storia ci insegna, i banditi riescono a fare tanti, tanti soldi fintanto gli onesti coloni non si coalizzano ed eleggono uno sceriffo dalla mano veloce. I pellerossa dove sono? Sono gli imprenditori della old economy colonizzati dall'imperante predominio dell'informatica e dei software gestionali, a cui sono legate le dinamiche di produzione di ogni azienda degna di sopravvivere nella giungla economica.

Qualcuno dice knowledge is power, il motto degli hacker di ogni generazione (dai sessantottini del MIT ai nuovi guru): io preferirei dire software is power. Ai giorni nostri il software sta ai meccanismi macro e microeconomici come l'acqua sta ai pesci: senza acqua i pesci non respirano e non nuotano.

Ora come ora Internet è la rete che imbriglia tutti noi (poveri pesciolini) che esigiamo di muoverci in un oceano di libera comunicazione. Ma tale oceano esiste per davvero oppure è una semplice esigenza umana che momentaneamente indichiamo in Internet? Oppure si tratta di una esigenza morale con cui tingere una inesistente condizione utopica di condivisione totale e transnazionale dei saperi?

Tale condivisione e libertà comunicativa di fatto non esiste, per lo meno non esiste più. Così come i media producono cultura e coltivano abitudini, visioni della realtà, mode e tendenze, alla stessa maniera il software su cui si basa la diffusione globale di Internet crea una rete comunicativa computerizzata totalmente sottomessa ai monopoli informatici: questo sviluppa ben determinate piattaforme di fruibilità del contenuto.

Un esempio? Il protocollo http. Nonostante le centinaia di altre specifiche RPC (Remote Procedure Call), il sistema di invio e ricezione dati che viaggia sulla porta 80 rimane la scelta su cui sono sviluppati software, sistemi di marketing e interfacce utente. Questo per via del predominio incontrastato dei browser web, l'incarnazione immediata dell'idea collettiva che abbiamo di Internet.

Naturalmente, ci deve far riflettere il fatto che tale browser sia nel buon 70% dei casi il programma Microsoft "Internet Explorer". La domanda a cui arriviamo è pertanto: Internet come la conosciamo è veramente ciò che si credeva in principio, quando soltanto i nerd e gli utenti delle BBS (coalizzatisi in Fidonet) sognavano un mondo di comunicazione libera e mondialmente diffusa?

La risposta è no: Internet è la semplice proiezione di decisioni (che determinano cambiamenti effettuali sull'andamento del sistema economico mondiale) incentrate sull'adozione di un ben preciso standard informatico, di una piattaforma di produzione dotata di nome e cognome.

Come ognuno potrà constatare, la diffusione del software Microsoft è evidente. Ricordo con il sorriso come, negli anni novanta, giravano in certi ambienti underground della rete alcune divertenti immagini di Bill Gates. Recavano scritte come "Bill Gates è il demonio", "L'Anticristo". Addirittura dei buontemponi ebbero l'esilarante idea di analizzare numerologicamente il nome del magnate informatico per ricavarne una inquietante sequenza di numeri: 666.

Voler rintracciare dei nessi tra la Bibbia e la diffusione del software delle finestre e dell'interfaccia grafica (copiata da MacOS e da Amiga Workbench), è l'ennesima unità d'analisi adottata dalla massa per fenomeni mastodonticamente inquietanti.

Una soluzione semplicistica, quella di additare come Mostro il portatore di un grosso stravolgimento nell'intero assetto del sistema-mondo. Pensate se Windows non fosse mai esistito: probabilmente molti impiegati del settore dei servizi non avrebbero avuto abbastanza conoscenze da poter usare un sistema DOS o peggio ancora un sistema basato su UNIX. Quindi niente simpatici sistemi di raccolta punti al supermercato, niente sistemi di ricerca nelle librerie, niente velocizzazione burocratica dovuta all'efficienza dei metodi informatici.

Enormi falle di sicurezza, enormi problemi di compatibilità: tutti aspetti trascurabili quando si ha Windows installato sulla propria macchina. Nonostante la notoria inaffidabilità del software di Seattle, chiunque continua imperterrito a utilizzarlo per la facilità con cui viene reperito (è ovunque) e per il grado d'automazione raggiunto nella configurazione del computer.

E' lo standard: tutto gira intorno a Windows con il beneplacito delle stesse industrie hardware, spesso totalmente costrette a costruire elementi elettronici che siano compatibili sin dalla fabbrica con la piattaforma Microsoft.

Poiché se non si produce in Windows, non si produce per chiunque utilizzi Internet, almeno al livello di utenza più diffuso e popolare. Il fatto che esistano guru e tecnici in grado di gestire agilmente un solido server UNIX-like rappresenta una netta minoranza rispetto ai milioni di utenti informatici scarsamente preparati, che gioiscono di fronte all'interfaccia grafica e i salva-schermo erotici disponibili su Windows.

Infatti sono gli standard tecnologici e i software che permettono agli individui di mezzo mondo (l'altra metà è impegnata a produrre gli schermi con cui ci affacciamo su Internet) di comunicare e di investire, di documentarsi e divertirsi.

Proviamo a immaginare uno scenario luttuoso: un virus, un tremendo worm di ultimissima generazione, paralizza completamente ogni sistema informatico e comunicativo. Dire che ultimamente, con i vari My.Doom et similia, siamo andati molto vicino alla realizzazione di uno scenario del genere.

Il disastro, l'Apocalisse biblica. Sistemi bancari e azionari completamente in tilt, relazioni interpersonali in fumo, importanti accordi di lavoro esplosi e, non indifferentemente, frotte di ragazzi e ragazze in crisi d'astinenza da chat e videogiochi.

Un grosso, grossissimo guaio: se in futuro tutto verrà controllato via computer e l'automazione sarà più che banalmente accolta come parte della quotidianità, il cataclisma manderebbe in tilt l'intero pianeta.

Pensiamo, guardando al presente, se andasse fuori uso tutta Internet per una settimana. Se domani mattina ci svegliassero e con clamore ci annunciassero la fine della Rete. Aprire (naturalmente) Internet Explorer ed essere impossibilitati nel collegarsi al solito e standardizzato motore di ricerca (ogni riferimento a Google è volutamente non sottinteso). La fine!

Al posto del Trono del Signore, però, scenderebbe in Terra l'ennesimo software antivirus che salva il mondo dalla distruzione totale. Antivirus che, ovviamente, gira solo su Windows. Poiché i virus sono solo su Windows, almeno quelli che acquisiscono immediatamente visibilità mediatica. Perché Windows è di fatto lo standard mondiale.

Internet è sì una lingua priva di caratterizzazione geografica o software (si tratta di semplici pacchetti TCP/IP che vengono trasmessi in codice binario), ma gli apparati uditivi e fonetici che ci permettono di esprimerci e ascoltare sono gli strumenti software. Così come una lingua è nulla se parlata a un sordo, alla stessa maniera l'Internet che conosciamo (fatta di ipercondizionamento pubblicitario, sovraffollamento di trovate al limite della legalità e orribili spyware) sarebbe totalmente differente se non esistessero i monopoli informatici.

Un po' come dire: ciò che vediamo allo specchio ci apparirebbe sostanzialmente differente indossando degli occhiali con lenti colorate. Così se in futuro vi sarà davvero una diffusione del promettente open-source, così come le incredibili cifre sembrano documentare (per esempio sourceforge.net, una comunità internazionale di progetti software gratuitamente modificabili e plasmabili dagli utenti finali stessi), si creeranno delle "reti nella rete": ogni modalità di comunicazione sarà dettata esclusivamente dallo standard di piattaforma adottato.

Il fatto che la pubblicità e i modelli economici on-line si stiano orientando sempre di più a una visione monocromatica della Rete (in cui campeggiano i colori del logo di Windows) non deve assolutamente preoccuparci: tutto questo è pura fase transitoria.

Così come prima della Rivoluzione Francese i borghesi erano sottoposti ai privilegi della nobiltà, adesso noi utenti siamo sottoposti all'onnipresenza delle piattaforme su un unico standard. Al momento in cui la conoscenza sgorgherà liberamente per le vie della Rete e chiunque, dico chiunque, sarà in grado di poter confezionare un proprio sistema operativo senza curarsi di omologazioni imposte, allora sarà "rivoluzione".

Molti passi in avanti sono stati fatti da Richard Stallman e dal suo progetto GNU General Public License (il cosiddetto copyleft): molto altro ancora è stato fatto per il grande progetto di istruzione libera e gratuita inaugurato dal MediaLab del MIT, l'Open Course Ware, ideato dal "guru" Nicholas Negroponte.

Il futuro si chiamerà open-source, inteso non solo come realtà software, ma come stile di vita: il modus vivendi predicato dagli hacker delle origini, del Manifesto pubblicato da Phrack nel 1986 (nota e-zine estremamente underground). In tale manifesto si sostenevano la libertà dell'esperienza digitale e la curiosità elevata a unico criterio d'azione.

Una fresca tempesta che risciacquerà il mondo dell'economia: ognuno potrà utilizzare Internet per quello che è, ovvero uno sterminato ambito comunicativo che deve essere libero, deve essere un giardino felice in cui creare il nuovo dal nulla. Un sistema distribuito in cui ognuno definisce la propria porzione di rete, sia per modalità di fruizione che di produzione. Una creazione di comunità sociali, basate sulle singole persone ma non su tale interfaccia o tale programma di navigazione. Ognuno sarà libero di poter scegliere, finalmente.

Pertanto la grandissima sfida che il futuro ci serba è la diatriba tra sostenitori dell'open source e sostenitori a spada tratta dell'ormai confermato appiattimento apportato dalla ditta di Seattle. Evitando discorsi superflui, possiamo paragonare le competenze informatiche necessarie a costruire una nuova comunità allargata di comunicazione internazionale, priva di ogni controllo, alle stesse conoscenze necessarie a votare, che hanno portato alla nascita delle moderne democrazie basate sull'eleggibilità dei rappresentanti.

Innescare il prossimo balzo in avanti dell'umanità, verso territori inesplorati, sarà questione di saper abilmente forgiare codice e saper costruire autonomamente le dinamiche produttive del nuovo mondo racchiuso nelle possibili combinazioni di pixel dei monitor. Tutto ciò al di sopra della mano d'opera fisica, terrena, che tocca i frutti del suo lavoro, a differenza dei byte privi di sostanza.

Fintanto anche loro non smetteranno d'esistere e saranno soppiantati da meccanismi automatici, da macchine, a loro volta comandati secondo complessi algoritmi di programmazione informatica.

Ci vorrà del tempo, ma prima o poi avverrà tutto ciò e i segni ci sono tutti: non dovrà essere un futuro stile "Blade Runner", in perfetta linea con le inquiete visioni cyberpunk di un Gibson o di uno Sterling. Sarà un futuro di prosperità e di individualità soprattutto, in cui ogni singola cellula dell'organismo Umanità sarà capace di comunicare senza limiti, senza soprattutto doversi sorbire pop-up, banner, spyware. Senza dover muoversi attraverso le maglie di una Rete che ormai ci vuole solo semplici consumatori e non pure entità in movimento fluido.

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© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti all'articolo (ultimi 5 di 15)

daniela
Penso che roberto [12] abbia centrato i termini della questione. mi ha un po' irritato il gratuito riferimento dell'articolo ai "pellirossa".
5-4-2004 17:39

Stefano Barni
cookies e privacy Leggi tutto
2-4-2004 23:36

Layla Pavone
rodota' e l'utilizzo dei cookie Leggi tutto
2-4-2004 18:57

il caro leader
Per Roberto Leggi tutto
2-4-2004 18:45

Francesco
Be', quando compri un'auto ti informi sul costo, sulle prestazioni, sull'affidabilita' e sulla sicurezza... Il sistema operativo dice molto su tutto questo: magari non devi sapere tutto, ma almeno informarti si!Inoltre, per avere la patente devi aver frequentato un minimo di scuola che ti dia le basi.In ogni caso,... Leggi tutto
2-4-2004 12:17

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