Bsa, avvertenze per la lettura

Il significato dello scambio epistolare tra Emmanuele Somma e Yolanda Rios non può essere compreso appieno se non leggendo tra le righe e penetrando oltre la cortesia, a tratti formale, delle due lettere. Purtroppo se ne trae l'impressione che nulla sia destinato a cambiare.



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 22-07-2002]

Bel gesto, quello di Emmanuele Somma: indirizzare un augurio di buon lavoro a Yolanda Rios, nuovo presidente di BSA Italia, facendosi al tempo stesso, con grande umiltà, portavoce delle istanze di tutti coloro che nel software libero vedono un'alternativa al monopolio dei soliti noti e, cosa ancora più importante, una vera e propria filosofia di collaborazione.

La lettera di Emmanuele è molto cortese e intensa al tempo stesso: le sue parole lasciano intendere assai bene che gli obiettivi che BSA si pone, almeno negli intenti dichiarati, sarebbero assai più condivisibili se fossero differenti i mezzi utilizzati per il loro perseguimento. Forse, con toni un po' meno cortesi e un poco più espliciti, i cambiamenti necessari potrebbero essere sintetizzati in pochi punti.

Sarebbe bene che BSA smettesse, una volta per tutte, di fare terrorismo psicologico attraverso la sistematica disinformazione: l'identità "software per il quale non si è pagata la licenza = reato = galera" è falsa e palesemente mirata a convincere i meno esperti e i creduloni che solo comperando e pagando profumatamente i prodotti dei Signori del Software si possa avere la coscienza tranquilla ed essere al riparo da conseguenze legali. Esiste il software libero, esiste la licenza GPL, esistono migliaia di programmi, che possono essere utilizzati senza nulla dovere ad alcuno, assolutamente in grado di sostituire quelli di gran marca senza farli rimpiangere. Esiste anche, per inciso, una condanna inflitta a BSA dal garante per la pubblicità.

Sarebbe bello se finalmente BSA ci informasse, attraverso i suoi siti e le sue campagne stampa, che usare software libero è un'alternativa, praticabile e soprattutto lecita, al capestro delle licenze dei Signori del Software. Altrettanto apprezzabile sarebbe lo sforzo di sganciarsi dalle tristi e stucchevoli posizioni istituzionali a difesa degli interessi dei suoi ricchi sponsor.

Soprattutto, apprezzeremmo un poco di sincerità; a BSA la violazione dei diritti d'autore sembra interessare solo quando sia lesiva di diritti economici, senza tante belle parole sulla paternità intellettuale, eccetera: tanto nobili quanto ipocrite da parte di una associazione che rappresenta, guarda caso, le multinazionali più ricche del mondo.

E forse non sarebbe male che BSA aprisse le porte della propria "stanza dei bottoni" a qualche rappresentate della comunità open source: si tratterebbe di un importante primo passo verso il riequilibrio dei poteri e, al tempo stesso, di un significativo ampliamento dell'orizzonte di intenti e di vedute.

Anche la risposta di Yolanda Rios è affabile e cortese, ma il primo passo falso arriva già dopo poche righe, quando il diritto d'autore viene definito diritto "di veder riconosciuta la paternità delle proprie idee e di disporne in base a meccanismi di gestione o di cessione dei diritti di utilizzazione economica". La legge italiana distingue il diritto di sfruttamento economico dell'opera dell'ingegno, o diritto di privativa, dal concetto di paternità intellettuale: quest'ultimo, e non il primo, è il diritto d'autore propriamente inteso. Accomunare i due concetti sotto l'unico "cappello" di "diritto d'autore" smaschera l'intenzione di proseguire pervicacemente a tutelare interessi economici miliardari spacciandosi per paladini della moralità.

E, a proposito di legge, non poteva ovviamente mancare la citazione, probabilmente non casuale, della famigerata 248/2000 e un cenno sibillino alle "pene che ne puniscono la violazione" e alle "Forze dell'Ordine e la Magistratura". Argomenti davvero fuori luogo, dato il contesto: una brutta caduta di stile. Ma ben si comprende: BSA continuerà a fare quello che ha sempre fatto, e nel solito modo; ogni occasione è buona per ribadirlo e per agitare agli occhi del mondo il solito spauracchio, forte della consapevolezza che le leggi vanno rispettate, anche quando siano palesemente inique e dettate dagli stessi soggetti di cui tutelano i personali interessi.

Piccola considerazione: dal momento che il reverse engineering del software proprietario è generalmente proibito, non vi sono mezzi diretti, nei limiti di legge, per appurare se i produttori abbiano commesso illeciti. Vedremo mai BSA organizzare una campagna, magari basata sull'invito alla delazione anonima, contro l'inclusione in programmi proprietari di codice rilasciato sotto licenza GPL?

Del resto, per ben due volte nella breve lettera compare la parola pirateria: un altro abusato cavallo di battaglia. Il pirata è individuo violento e completamente irrispettoso delle leggi: se tale definizione può forse applicarsi ai fuorilegge che gestiscono e controllano la produzione e lo spaccio di copie contraffatte, non può neppure minimamente valere per coloro che copiano qualche programma per uso personale. E se da un lato BSA ha più volte dichiarato di operare contro i primi, è altrettanto vero che le campagne rivolte al grande pubblico richiamano piuttosto l'idea dei secondi, presentati come criminali degni soltanto di finire in galera. Pubblicità ingannevole, come si diceva poc'anzi.

La Rios cita anche l'open source, definito un'opzione di mercato per le "aziende membre di BSA". Impossibile non ricordare come Microsoft da tempo conduca una squallida campagna di disinformazione contro la licenza GPL, "rea" di vietare l'inclusione in prodotti proprietari di codice inizialmente libero. Meglio le licenze che da quel punto di vista non pongono limiti di sorta: certo, se chiunque potesse sfruttare quanto rilasciato nel dominio open source "secretandolo" all'interno del proprio software coperto da licenze tiranne, le opportunità di business per i membri di BSA sarebbero ancora più ghiotte. Ovviamente, siamo lontani anni luce dal considerare l'open source quello che è: uno sforzo collettivo di cooperazione e, al tempo stesso, un'alternativa allo strapotere economico e al monopolio delle multinazionali del software.

La speranza che il tentativo di Emmanuele non cada miseramente nel vuoto rimane: purtroppo l'impressione è che nulla sia destinato a cambiare, almeno nell'immediato futuro. Perchè mai BSA dovrebbe mordere la mano che la nutre? Bello sarebbe che le parole, e i pensieri soprattutto, della neopresidente volassero un poco più in alto, ma cosa sia realmente BSA è scolpito nel suo stesso nome. Business Software Alliance: non un'istituzione o una cooperativa, ma una Alleanza, e da questo già traspare un che di battagliero. Ma soprattutto, è qualcosa che ha a che vedere col Business, con gli "affari", ed è chiaro che di tutto si può discutere, ma gli affari sono affari. Il resto poco importa.

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