Cultura dell'anonimato contro esposizione mediatica

Cosa c'è dietro allo stereotipo dell'hacker?



[ZEUS News - www.zeusnews.it - 17-01-2019]

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Cosa c'è dietro allo stereotipo dell'hacker?

Gli hacker sono spesso percepiti come un gruppo di individui che agiscono nell'ombra, segretamente, ai margini della società. Una visione che alimenta le più astruse dicerie su questi personaggi.

"In realtà esiste una vera e propria comunità, con tanto di raduni (come DefCon a Las Vegas, o Hack a Parigi) e guru. Ma queste persone sono raramente note ai non addetti ai lavori, perché la loro reputazione è basata sul riconoscimento di competenze tecniche che solo gli altri membri del gruppo possono valutare", dichiara Fabrice Epelboin, imprenditore e docente presso l'Istituto Universitario Sciences Po.

Tuttavia, molti nomi oggi suonano familiari al pubblico: Kevin Mitnick, a.k.a "Il Condor", è stato il primo hacker a comparire nella lista dei dieci latitanti più ricercati dall'FBI. Più recentemente, le vicende di Julian Assange e Edward Snowden hanno sortito un gran clamore sia a livello mediatico, sia a livello politico.

"La cultura hacker non è una celebrazione dell'ego o dell'ultra-individualismo. Diversi grandi gruppi di cyberattivisti, come Telecomix (molto attivo durante la Rivoluzione araba, durante la quale ha aiutato siriani ed egiziani a bypassare la censura su Internet), hanno una struttura completamente decentralizzata, senza nessun ordine gerarchico. Lo stesso vale per Anonymous: il singolo si fonde nel gruppo il cui obiettivo è raggiungere una massa critica" aggiunge Epelboin.

"In molti casi, l'anonimato dietro al quale si nascondono genera stereotipi negativi attorno alla collettività dei cyberattivisti. È un po' come se, quando si tratta di politica, parlassimo costantemente di abuso d'ufficio. Con la comunità hacker, le persone tendono a concentrarsi solo sulla nozione di pirata informatico", conclude Epelboin.

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Distributed Denial of Service (DDoS): cresce l'impatto dei tempi di indisponibilità di un sito web, che possono costare perdite di milioni di euro in termini di introiti, produttività e immagine aziendale.
Frode: perpetrata da malintenzionati con l'obiettivo di trafugare i dati di un sito e creare storefront illegittimi, o da truffatori che intendono impadronirsi di numeri di carte di credito, la frode tende a colpire - prima o poi - tutte le aziende.
Violazione dei dati: le aziende tendono a consolidare i dati nelle applicazioni web (dati delle carte di credito ma anche di intellectual property, ad esempio); gli attacchi informatici bersagliano i siti e le infrastrutture che le supportano.
Malware del desktop: un malintenzionato riesce ad accedere a un desktop aziendale, approfittandone per attaccare i fornitori o le risorse interne o per visualizzare dati protetti. Come il trojan Zeus, che prende il controllo del browser dell'utente.
Tecnologie dirompenti: pur non essendo minacce nel senso stretto del termine, tecnologie come le applicazioni mobile e il trend del BYOD (bring-your-own-device) stanno cambiando le regole a cui le aziende si sono attenute sino a oggi.

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Questa visione ristretta permea qualsiasi cosa, dalla cultura pop (nelle serie TV come Mr Robot) fino alle immagini di catalogo presenti in rete, dove risulta difficile, se non quasi impossibile, trovare una foto di un hacker che non sia una figura anonima incappucciata.

Eppure, esiste un'ampia gamma di "profili" hacker. Le persone parlano di black hats - cybercriminali attratti dalle frodi bancarie - e di white hats - hacker che promuovono l'etica e si dipingono più come cyberattivisti che come pirati informatici. Chi agisce nell'intersezione di questi due poli opposti viene definito grey hat.

Microsoft ha addirittura inventato una propria denominazione: con il termine blue hats si riferisce agli esperti di sicurezza informatica incaricati di scoprire vulnerabilità nei sistemi di sicurezza. Distinguere le figure tra loro può rivelarsi alquanto arduo. Per comprendere quale categoria di profilo assegnare ai singoli è infatti necessario considerare anche il tipo di rapporto che essi intrattengono con le autorità e i Paesi.

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Gli hacker e le loro relazioni ambivalenti con le autorità

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© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti all'articolo (2)


Non c’è speranza contro l’ignoranza...
24-12-2018 22:20

{platz}
"Nonostante questo, ci chiediamo: perché a tutt'oggi la parola (hacker n.d.a) richiama alla mente di chi svolge tutt'altro lavoro un immaginario popolato di pirati malvagi e incappucciati?". L'articolo è chiaramente provocatorio e la risposta scontata: i media creano le opinioni e impongono i... Leggi tutto
21-12-2018 15:42

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