La Francia segue l'Australia nel divieto ai minori di utilizzo dei social. Sarà efficace il provvedimento?
[ZEUS News - www.zeusnews.it - 22-07-2026]

Sotto i 15 anni niente social in Francia: cioè niente Facebook e niente Instagram, e fin qui forse l'impatto non sarà importante visto che le nuove generazioni di minorenni snobbano parecchio questi due social network affollati dai loro nonni che postano foto nostalgiche della loro gioventù; ma vuole anche dire niente TikTok, il vero e unico social frequentato dai minorenni, che Trump negli USA ha imposto si rendesse autonoma dalla casa madre cinese.
La Francia non ha saputo resistere e ha anticipato l'Unione Europea (e l'UK) che vorrebbe una legislazione uniforme, anche perché i ragazzi ormai vivono e viaggiano anche da minorenni per motivi di studio in tutta l'Unione. E' arrivata però seconda dopo l'Australia, che è partita un anno fa con il divieto fino ai 16 anni.
Il test australiano sembrerebbe dirci che ad oggi il 50% dei minorenni che non possono accedere ai social continua a farlo, grazie alla complicità dei genitori che aprono account a loro nome, e in modi che riescono a sfuggire al filtro dei gestori: questi sono accusati di non collaborare con solerzia a far rispettare il divieto.
Del resto, da quanto tempo è vietato ai minori di 18 anni l'acquisto di tabacchi e di alcolici, o il gioco di azzardo legale? Eppure i casi di minorenni che fumano anche in pubblico, bevono nei bar e giocano alle macchinette li vediamo ogni giorno. Evidentemente non basta che una cosa sia vietata per legge per diventare regola applicata dai più; servono mentalità e costume, soprattutto per i giovani sensibili al fascino delle cose vietate e proibite. Ci vuole un coinvolgimento attivo delle famiglie (genitori e nonni) fatto di controllo e di divieti, ma soprattutto di dialogo e convincimento con proposte alternative di svago e di socializzazione; senza di questo, nessuna legge dello Stato calata dall'alto può essere efficace. Anche perché c'è il rischio di nuovi social non ufficiali, che si sottraggano a ogni regola e ogni controllo.
La legge francese mette al bando i telefonini dalle scuole; in Italia c'è solo una circolare del ministro dell'Educazione, quindi niente telefonino nemmeno durante la ricreazione.
Ai social vengono addebitate molte cose: dalla diffusione di violenza e pornografia, ai pericoli connessi al bullismo on line, alla possibilità di incontri pericolosi con adulti; e poi le sfide - le challenge del web - che possono essere mortali; la distorta immagine del corpo che negli adolescenti in formazione può portare ad abusi alimentari come bulimia, anoressia e depressione; la diffusione di messaggi di odio razziale; e infine il reclutamento di minori da parte di organizzazioni terroristiche.
Più in generale si attribuisce ai social l'impoverimento linguistico e culturale dei giovani, ma anche le forme di dipendenza che gli stessi social indurrebbero; e ancora l'impoverimento spirituale, la preoccupante caduta dei livelli di memoria, attenzione e concentrazione, a favore di dissipazione e apprendimento superficiale e incostante.
Si tratta anche di preoccupazioni fondate ma è dubbio che solo il divieto di accesso ai social possa essere sufficiente e risolutivo di questi problemi culturali ed educativi. La società è in crisi a causa dei social? Oppure viviamo una profonda crisi di valori spirituali e morali, a prescindere dai social? Lo dimostrano il ritorno delle guerre e la loro giustificazione ed esaltazione; la crescita di nuove e vecchie povertà; l'esasperazione dei conflitti politici, sociali, culturali e religiosi.
Senza un investimento reale di risorse umane ed economiche nell'educazione, nella scuola, nel supporto pubblico alla famiglia; e senza esempi positivi sempre più efficaci e molto più produttivi di qualsiasi divieto, anche l'approccio proibizionista rispetto al rapporto social produrrà pochi effetti se non addirittura nulli.
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